martedì 17 febbraio 2009

Racconto noir

Il fascio di luce era piccolo e stretto, illuminava oggetti che lui aveva solo immaginato. Aveva imparato riconoscerli dal rumore, la poltrona che ora gli presentava non molto dissimile da come l'aveva vista nella sua mente, differente solo nel colore. Aveva riconosciuto il rumore del frigorifero che veniva aperto ad orari regolari, colazione, pranzo e cena. Il soffitto della cantina dove era stato rinchiuso per cinque mesi era di legno, sostenuto da grosse travi che lo percorrevano longitudinalmente, e lo isolava pochissimo dai rumori della stanza soprastante. Completamente al buio aveva imparato ad affinare l'udito, unico suo contatto con il mondo esterno quando anche la forza di gridare l'aveva abbandonato e aveva rinunciato a chiamare aiuto, perdono, o piangere per la disperazione. Di notte quei grossi travi erano abitati da tarli, li poteva sentire rosicchiare il legno, li aveva immaginati intenti a scavare cunicoli che non portavano da nessuna parte, proprio come quelli che lui aveva scavato con le sue piccole dita, fino a staccarsi le unghie e far fluire il sangue copioso.
Anche se il pavimento sembrava di terra morbida, nascosto un metro sotto erano celate le fondamenta in cemento, cosa strana per un paese dove la maggior parte delle case era costruita in legno.
Dopo essere stato nutrito a scatole di cibo per cani e acqua fredda, la piccola torcia aveva illuminato qualcosa di grande proprio dove si era aspettato di trovarlo, il suo sguardo riconobbe la sagoma del frigorifero. Era del tipo americano, grande, di colore grigio, era pulitissimo, l'unica cosa che si notava era un piccolo adesivo con un simbolo a forma di osso, le parole stampare erano troppo piccole e troppo poca la luce per essere leggibili.
Contro la sua volontà. il suo stomaco cominciò a farsi sentire, il brontolio era così forte che non poteva non pensarci, si sentiva debole, in quei cinque mesi aveva perduto sicuramente quindici chili e il pensiero di trovare del cibo presto si impossesso della sua testa e di ogni suo pensiero. In quel preciso istante decise che aveva ancora del tempo prima che tornassero, ormai conosceva i movimenti di quella casa, decise di aprire il frigo. Si diresse verso l'elettrodomestico, doveva solo attraversare il salotto, pochi metri.
Fece il primo passo e il rumore delle assi di legno si confondettero con la richiesta di cibo del suo stomaco improvvisamente la luce della torcia cominciò ad assumere un colore giallognolo, segnale che la carica delle batteria cominciava ad esaurirsi. Rupert decise di spegnerla per conservarla, ora che quella torcia era diventata la cosa più importante di tutta la sua vita e gli sembrava un segnale divino che fosse stata smarrita dal suo carceriere la sera prima mentre gli portavano la solita cena. Dovette aspettare che i suoi occhi si riabituassero all'oscurità che tanto gli era diventata familiare. Occorsero solo pochi istanti poi anche se meno nitide le sagome gli apparivano abbastanza definite, solo il pavimento gli era un punto interrogativo.
Si avvicinò di un altro passo poi si chiese" perché sto andando piano?", la riposta gli giunse immediata, un cane abbaio sommessamente da un posto vicino, probabilmente il giardino dietro casa, ed egli si ricordò del rumore di unghie graffiare la porta che separavano i due piani, decise di avanzare ancora più lentamente.
Ancora qualche passo e sarebbe arrivato al frigo, si trovava perfettamente a metà tra la porta a vetri e il frigo e anche se si ripeteva di lasciare perdere il cibo e scappare fece un altro passo, poi un altro ancora. Ora la sua mano impugnava il freddo metallo della maniglia, sapeva che tirandola la luce interna avrebbe illuminato decisamente la stanza, dando forma e colore quasi reale a tutto in essa contenuta. Rifletté ancora per un attimo e tirò. La luce lo avvolse come un mantello, rivelandone il profilo scarno e il volto troppo dimagrito, i suoi occhi sbatterono più e più volte, la torcia gli cadde di mano e si accese illuminando il corridoio, ma lui non se ne curò. Quello che gli si presentò davanti agli occhi lo lascio senza parole, senza fiato per urlare, solo la paura più profonda e recondita prese in carico il suo corpo e gli ordino di voltarsi e scappare.
Si girò ma non riusci a fare altro che realizzare una delusione che si tramuto subito in orrore, sentì un rumore metallico che subito non riconobbe e dolore. Abbassò il volto e vide il metallo luccicare alla luce della lampadina e immediatamente capì. Una tagliola di ferro, di quelle usare per la caccia agli animali lo aveva morso ad una gamba, iniziò a sanguinare. Tutto ad un tratto delle piccole luci si accesero, riconobbe il led rosso di una telecamera che lo filmava, prese ad urlare come non aveva mai fatto, come un animale ferito urla al mondo che sta morendo.
Ci vollero due ore prima che morisse dissanguato poi le luci si spensero e tutto tornò buio ed oscurità..

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